Al di là del camice bianco
Ti sei mai chiesto cosa spinge davvero un medico, un avvocato, uno psicologo a scegliere la propria strada?
Pensiamo che la professionalità sia fatta solo di studi e competenze tecniche. E invece c’è un elemento invisibile che scende in campo ogni volta che incontriamo qualcuno da curare: il nostro vissuto. Quello che siamo, molto prima del camice.
Il terreno su cui cresce la professione
Perché facciamo quello che facciamo?
C’è chi sceglie una professione per tradizione familiare. Chi per un bisogno di controllo. Chi per una spinta quasi salvifica, il desiderio di salvare gli altri. Nessuna di queste motivazioni è sbagliata in sé — ma conoscerla è fondamentale. Perché è il terreno su cui cresce la nostra pianta professionale.
Senza quella consapevolezza, rischiamo qualcosa di sottile: proiettare i nostri bisogni sull’altro. Trasformare la relazione d’aiuto in un campo minato di aspettative non dette, che nessuno dei due ha mai pronunciato.
Lo scontro dei pregiudizi
E poi ci sono i pregiudizi. Che entrano nella stanza prima ancora delle persone.
C’è il pregiudizio di chi è in cura: “Per i medici siamo solo numeri.” Chi lo porta con sé cerca conferme in ogni gesto del professionista, e mina la fiducia fin dal primo istante.
E c’è il pregiudizio di chi cura: “Ecco un altro che si è laureato su internet.” Quando la persona arriva con le sue ricerche fatte online, il professionista può irrigidirsi, chiudersi, difendere la propria autorità.
Sono due posizioni claudicanti. Zoppicano entrambe. E insieme inquinano la comunicazione, rendendo la cura molto più difficile di quanto dovrebbe essere. Riconoscere che quel pregiudizio esiste — nel proprio sguardo, prima che in quello dell’altro — è il primo passo per disinnescarlo.
Il peso di “salvare tutti”
C’è poi una motivazione nobile che nasconde una trappola: il sentire di dover salvare ogni vita, a tutti i costi.
Da fuori sembra la spinta più bella che un professionista possa avere. Ma a lungo andare logora. Perché non tutto dipende da noi, e la scienza — come la realtà — ha i suoi limiti.
La vera professionalità sta nel trasformare quel “devo salvare tutti” in qualcosa di più sostenibile e più onesto: metterò a disposizione il massimo impegno possibile, tutta la mia competenza. Riconoscendo, però, che esistono limiti che non dipendono da me. Non è arrendersi. È restare in piedi abbastanza a lungo da poter continuare a curare.
Trasformare il vissuto in strumento
Ed eccoci al punto.
Conoscere le proprie parti d’ombra — le motivazioni nascoste, i bisogni, i pregiudizi — non serve a cancellarle. Serve a non esserne schiavi. Serve a trasformarle da inciampo a strumento di accoglienza.
Perché solo se so chi sono, e perché sono lì, posso guardare davvero la persona che ho davanti. E dirle una cosa, con sincerità piena: metterò a tua disposizione tutto ciò che è in mio potere, e tutta la mia competenza.
Non da tecnico che esegue.
Ma da persona che si prende cura di un’altra persona — sapendo, finalmente, chi è quando indossa quel camice.
Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli
E tu? Ti sei mai chiesto quali sensazioni attivi in te l’incontro con un professionista? Scrivilo nei commenti: il tuo pensiero è ciò che rende reale questo luogo di confronto.
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