Non è una Questione di “Fede”, ma di Relazione

“Io non credo nella psicoterapia.”

È una frase che sento spesso. E, detto tra me e te, ogni volta la ringrazio.

Perché dietro quel “non credo” c’è quasi sempre qualcos’altro: una sfida, un’onestà ruvida, a volte una persona che è lì solo per far contento qualcun altro. Ma la psicoterapia non è una fede. Non è qualcosa in cui credere o non credere. È qualcosa che si attraversa.

E questo, paradossalmente, la rende molto più seria di un dogma.

Non un problema da risolvere

Si guarda ancora alla terapia da lontano, come se fosse roba per chi sta toccando il fondo. Come un pronto soccorso dell’anima: ci vai solo quando l’emergenza ti obbliga.

E invece no.

Sempre più persone — soprattutto giovani — arrivano senza un disturbo da sistemare. Arrivano con una domanda diversa: chi sono io, davvero? Cosa voglio? Fin dove arrivano i miei limiti, e quali di questi me li sono raccontati da solo? Non vengono perché stanno male. Vengono perché hanno smesso di vedersi con chiarezza — e vogliono tornare a guardarsi.

Non è riparare qualcosa di rotto. È allargare il Pensiero su se stessi.

Non tutti i terapeuti vanno bene per tutti

Qui c’è il punto che quasi nessuno dice ad alta voce: il terapeuta giusto per la tua amica potrebbe essere quello sbagliato per te.

Non perché uno sia bravo e l’altro no. Perché la terapia si fonda sulla relazione — e le relazioni sono fatte di incastri.

C’è chi ha bisogno di un’accoglienza morbida, avvolgente. E c’è chi ha bisogno di un confronto più serrato, di qualcuno che gli tenga testa. C’è chi cerca un compagno di viaggio per un tratto breve, e chi sente il bisogno di un riferimento che duri nel tempo.

Se un percorso non funziona, la prima conclusione che ci diamo è quasi sempre la più sbagliata: “Allora la terapia non serve.” Forse. O forse quell’incastro relazionale, semplicemente, non era il tuo. Sono due cose molto diverse — e riconoscerlo cambia tutto ciò che deciderai dopo.

Il setting: una palestra per le relazioni

C’è un’idea da smontare: che la stanza della terapia sia un mondo a parte, staccato dalla vita vera.

È il contrario.

La stanza è un ambiente sociale in miniatura — protetto, sì, ma reale. Un luogo dove impari a vederti attraverso gli occhi di un altro senza il rischio di rompere niente. Tutto quello che accade lì dentro serve: le emozioni che provi, quello che il terapeuta ti restituisce, persino il fastidio quando ti dice qualcosa che non volevi sentire.

È una palestra. E come in ogni palestra, quello che alleni dentro poi lo usi fuori. Impari a riconoscere cosa, nelle tue relazioni, si può trasformare — e cosa invece continui a ripetere senza accorgertene.

Non ti alleni per la stanza. Ti alleni per la vita che c’è oltre quella porta.

Allora, è il terapeuta giusto per te?

Non te lo dirà nessuno dall’esterno. Non è una questione di credenziali, di studi, di fama.

È una questione di relazione. E la relazione, quella giusta, la senti — non perché smetti di avere dubbi, ma perché dentro quei dubbi ti senti finalmente al sicuro.

Cerca quello. Non la perfezione. Il porto sicuro.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

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