Caso Epstein
Perché le vittime non denunciano subito?
Se ti avesse abusato un uomo ricchissimo, potente, circondato dai migliori avvocati del mondo, tu lo andresti a denunciare?
E se avessi quattordici anni, e ti trovassi in un centro commerciale, e ti si avvicinasse una donna elegante, affascinante, capace di una seduzione empatica, che ti dice che la tua vita cambierà grazie a un uomo generoso che vuole fare del bene a ragazze come te, con difficoltà economiche, e ti permetterà di studiare, di diventare qualcuno? E se avessi letto tante favole, e sperassi che una realtà così possa esistere davvero, accetteresti?
La domanda da cui parto
Oggi non parliamo di cronaca nera. Parliamo di psicologia. Della psicologia delle vittime che cadono nella rete della manipolazione. E avrai già capito che parliamo del caso Epstein.
Perché aiutare le persone a capire che non esiste Babbo Natale, che bisogna saper riconoscere le situazioni in cui ci si può infilare, è una forma di protezione.
Chiariamo subito una cosa, però, perché è la più importante di tutte. Capire i meccanismi di una manipolazione non significa, mai, spostare anche solo un grammo di responsabilità sulla vittima. La colpa di un abuso è sempre e soltanto di chi lo commette e del sistema che lo permette. Chi lo subisce non ha colpe. Mai. Spiego questi meccanismi proprio per il motivo opposto: perché troppo spesso la vittima viene resa socialmente poco credibile, quando invece andrebbe ascoltata molto più di quanto accada.
Le vittime non erano casuali
Le vittime di Epstein non erano scelte a caso. Erano scelte.
Perché esistono schemi che permettono ai manipolatori di avvicinare le persone più vulnerabili. L’adescamento veniva fatto su adolescenti con difficoltà economiche, con situazioni familiari instabili, a volte già segnate da abusi precedenti, ragazze che stavano sviluppando una bassa autostima, che vivevano nella trascuratezza emotiva.
Ma attenzione: questo non vuol dire che chi vive in contesti agiati, con famiglie apparentemente solide, sia al riparo. Chiunque può essere adescato da personaggi alla Epstein, proprio quelli per cui ti dici “è impossibile che sia cattivo uno così credibile, così potente”. Perché il potere economico si veste di una credibilità che le vittime faticano a mettere in discussione. E il non sentirsi viste, il vero terreno su cui attecchisce tutto, può capitare in qualsiasi famiglia. Anche in quelle cosiddette “per bene”.
Un sistema, non un predatore isolato
Epstein non era un predatore improvvisato. Aveva degli schemi. Era un sistema. E chi ne cadeva vittima, cadeva vittima di un sistema.
Usava una manipolazione progressiva, un adescamento graduale. Non brutale, ma lento, per fasi, ognuna preparatoria alla successiva.
La prima è la seduzione affettiva: chi agisce, in questo caso Ghislaine Maxwell, si avvicina con gentilezza, fa regali, porge attenzioni, promette un futuro. E a volte quelle promesse le mantiene. Per una ragazza che viene dalla povertà, l’idea di potersi costruire una carriera, un futuro diverso da quello nero che vede davanti, diventa una via d’uscita. Crederci non è ingenuità: è la risposta normale di qualsiasi essere umano a cui viene offerto ciò che gli manca.
La seconda è l’isolamento progressivo: pian piano la ragazza viene allontanata dalla famiglia, dagli amici, e portata dentro la rete. L’abusante diventa l’unico punto di riferimento. E tutto ciò che accade, te lo presentano come normale: “lo fanno tutte, ti sto offrendo qualcosa che le altre ambirebbero ad avere”.
Così il confine non viene superato di colpo. Viene spostato di un centimetro alla volta. Perché se te lo chiedessero subito diresti di no, ma condotta piano a pensare che quel confine sia attraversabile, nel tempo si crea una dipendenza. E la presenza di una donna adulta, bella, autorevole, abbassa ancora di più le difese: perché un adolescente pensa che un adulto di quel mondo non possa essere malvagio.
Il legame paradossale
E qui arriva uno dei concetti più difficili da spiegare: il legame paradossale con l’abusante.
Com’è possibile che una vittima resti in un contesto del genere, e sviluppi persino attaccamento, a volte protezione, verso chi le fa del male?
Succede perché il cervello, in una situazione di pericolo cronico, alterna momenti di tensione e momenti di sollievo, e sviluppa un potentissimo meccanismo di adattamento. È lo stesso che si osserva nelle vittime di violenza domestica, nei prigionieri politici, in chi è cresciuto in famiglie abusanti. Il ciclo è questo: tensione, abuso, e poi una fase di “luna di miele” in cui l’abusante si mostra affettuoso, generoso. La mente impara ad associare il sollievo alla persona stessa che causa il dolore. Nasce una dipendenza emotiva che non ha nulla a che fare con l’amore, ma che, da dentro, può sembrarle identica.
A questo si aggiunge l’impotenza appresa: quando provi a reagire, a fuggire, a chiedere aiuto, e ogni volta fallisci, magari perché intorno a te ci sono altri adulti che non intervengono, la mente impara che l’azione non produce risultati. Non è debolezza caratteriale. È adattamento. Non è una resa morale: è che sei talmente svilita da iniziare ad adattarti a quella che ti è stata fatta sembrare la norma.
“Ma perché non hanno detto niente?”
È la domanda che sento fare più spesso. E ha risposte precise.
Intanto: quelle che hanno denunciato subito, nessuno le ha credute. Il potere e i soldi hanno fatto tacere tutto. Ma poi ci sono i meccanismi interni delle vittime.
C’è la vergogna, che non è quella di chi pensa di aver sbagliato, ma di chi si sente rotto dentro. Le vittime di abuso interiorizzano un senso di colpa che non appartiene loro: è costruito dall’ambiente, dalle dinamiche dell’abuso stesso. E queste ragazze, esposte alle feste, viste da altri adulti che non intervenivano, si sentivano dentro un “giro” che veniva fatto apparire consensuale.
Per una ragazzina che veniva da un contesto già vulnerabile, denunciare significava scontrarsi con avvocati potentissimi, col rischio di non essere creduta e la certezza di subire conseguenze. In quel contesto il silenzio non è irrazionale. È una strategia di sopravvivenza.
E c’è la dissociazione: quando un’esperienza è troppo pesante e prolungata, la mente la nasconde nel punto più profondo. La vittima non dimentica, perché un abuso non si dimentica mai, ma la mente seppellisce quel ricordo così a fondo da renderlo difficile da raggiungere, soprattutto senza un supporto professionale.
Le ferite invisibili
Le vittime di Epstein rientrano in quello che la psicologia chiama trauma complesso, quello che nasce da traumi ripetuti e prolungati, spesso durante l’infanzia o l’adolescenza. Non si manifesta solo con flashback e incubi, come nei film. Si manifesta con una difficoltà profonda a regolare le emozioni, con passaggi rapidissimi tra grande attivazione e totale spegnimento. Con una frammentazione dell’identità, l’incapacità di rispondere alla domanda “chi sono io?”. E nelle relazioni: difficoltà a fidarsi, a costruire legami stabili, una costante sensazione di pericolo anche quando il pericolo non c’è.
Alcune sopravvissute, come Virginia Giuffre, che hanno parlato pubblicamente, hanno descritto anni di relazioni distruttive e di difficoltà, prima di trovare un percorso terapeutico adeguato. La guarigione esiste, ma richiede tempo, professionisti capaci di lavorare con vittime di abuso, e un contesto che alla vittima creda.
Quello che deve cambiare
La parte più drammatica è che il caso Epstein non è un’anomalia. È l’esempio più documentato che abbiamo di come il potere economico, sociale e politico possa costruire un sistema abusante e tenerlo in vita per decenni, sfruttando la vulnerabilità di una società che troppo spesso non sa proteggere le vittime.
Quelle ragazze non erano invisibili. Erano visibili a molte persone che avrebbero potuto aiutarle, se solo avessero voluto aprire gli occhi. Si trovavano in un punto in cui la società aveva smesso di guardare, perché quel sistema lo riteneva credibile, rispettabile, e troppo forte per contrastarlo.
E allora la domanda con cui voglio lasciarti è questa: cosa dovrebbe cambiare, nella società e in noi, nel modo in cui ascoltiamo chi denuncia?
Perché parlare di questi meccanismi è il primo passo per riconoscerli. E riconoscerli, a volte, è ciò che permette di fermarli in tempo.
Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli
Se tu, o qualcuno che conosci, state affrontando qualcosa di simile a quanto descritto qui, parlarne con un professionista può fare la differenza. E vale la pena ricordarlo ancora una volta: la responsabilità di un abuso non è mai, in nessun caso, di chi lo subisce.
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