La paura della solitudine
Quando il silenzio diventa un ricatto
Ci hanno insegnato a temerla, la solitudine. A riempirla, a scacciarla, a non restarci mai troppo a lungo.
E invece la solitudine, quella vera, sarebbe uno dei doni più grandi che abbiamo. Il problema è un altro — è quando la solitudine smette di essere un valore e diventa un ricatto.
Ma andiamo con ordine.
La parola di Carolina
Il tema me l’ha suggerito Carolina, dalla nostra community — e la ringrazio, perché ha messo il dito su qualcosa che condiziona pesantemente la vita e le scelte di molti: la paura della solitudine.
Quando ho letto questa parola, la mente è corsa subito al 1993, a Laura Pausini, a quel Sanremo. La solitudine fra noi — una solitudine sentimentale, di due ragazzi separati dalla distanza, in un’epoca senza social né telefonini, in cui era ancora possibile perdersi davvero. Oggi, in un mondo interconnesso dove le distanze quasi non esistono più, sentirsi soli sembrerebbe impossibile. Eppure è una delle paure più radicate che incontro.
Ma qui serve una distinzione. Perché di solitudini ce ne sono due. E sono agli antipodi.
La solitudine come valore
La prima è la solitudine di per sé. E quella, sarebbe un valore aggiunto per ognuno di noi.
Perché la capacità di stare in silenzio con se stessi, di riflettere, di avere un mondo interiore in cui non ci si sente soli anche quando lo si è — quella capacità ci permette di fronteggiare la vita e i suoi eventi senza dipendere dai condizionamenti esterni. Possiamo ascoltare i pareri degli altri, certo, ma senza il terrore di essere abbandonati se non diamo loro retta.
Ti faccio un esempio che mi ha colpita. Poche settimane fa ho letto di un’abbazia nel Mugello che cercava persone disposte a diventare monaci o monache per un mese — a staccarsi da tutto, isolarsi, restare con se stesse. C’è una lista d’attesa lunghissima. E in una società dove siamo tutti sempre connessi, questo mi sembra straordinario: dice che la solitudine, forse, non fa così paura come crediamo. Che può essere un’opportunità, non una condanna.
Ecco. Ma non è di questa solitudine che parla Carolina.
Quando la solitudine diventa un ricatto
La solitudine di cui parla lei è tutta un’altra cosa.
È quel pensiero che ci rode dentro: “Sto facendo la scelta giusta? Piacerò agli altri? Se mi comporto così, si allontaneranno da me?”
Incontro tante persone che non sono state educate a dare valore alle proprie scelte, alle proprie idee. E quando il giudizio degli altri pesa troppo, succede una cosa precisa: si crea una relazione di dipendenza, e si perdono i confini di se stessi. “Io ritrovo me stesso solo se ho l’altro di fianco.” È il meccanismo classico della dipendenza affettiva — dove razionalmente riconosciamo il bisogno di autonomia, ma emotivamente non riusciamo a sganciarci dal bisogno di riconoscimento dell’altro.
E qui c’è il ribaltamento che spiazza. Perché se io scelgo sempre in funzione di quanto l’altro impone su di me, allora sono solo lo stesso. Anzi, sono solo due volte: staccato dagli altri, e staccato da me stesso — in completa balìa di chi mi sta accanto.
La capacità di stare soli con se stessi, invece, è proprio quella che permette di tracciare i confini: chi sono io, chi è l’altro. Di capire quali sono i miei bisogni. Di non lasciarmi condizionare dalle idee di chi mi è vicino — che sono, appunto, le idee di qualcuno diverso da me. Perché non posso pretendere che l’altro mi conosca, se non sono io il primo a conoscermi.
“Se sbagli, io non ci sarò”
Voglio raccontarti da dove nasce, spesso, questa paura. Con il permesso di chi me l’ha raccontato, come sempre.
Una persona mi diceva che, ogni volta che stava per prendere una decisione, il suo genitore commentava così: “Ricordati che se sbagli strada poi rimani sola. Perché io non sto qui ad aspettarti e a vedere il tuo fallimento. Se fai questa scelta, sono convinto che sbaglierai — e in quel momento io non ci sarò.”
Te lo dico in maniera paradossale: questo è il modo migliore per rendere una persona dipendente da noi.
Insinuare l’insicurezza. Insinuare la possibilità dell’errore. Perché sì, le scelte di una vita possono anche essere sbagliate — ma gli errori servono, servono a capire le situazioni. Se invece ripeto a qualcuno che, se sbaglia, resterà solo, gli creo un’incertezza enorme. Non saprà più cosa scegliere. E allora verrà da me, a chiedermi qual è la scelta giusta — cedendomi la responsabilità della sua vita. Così io non lo abbandono. E lui non impara mai a camminare da solo.
È una forma di controllo travestita da amore.
Conoscersi, per non temere il silenzio
Per non cadere in tutto questo, abbiamo bisogno di imparare a isolarci — in maniera sana. Non come fuga, ma come percorso: quel tempo con se stessi che permette di scoprire chi siamo davvero.
E se ti accorgi che la solitudine ha su di te un potere ricattatorio — se il silenzio, invece di darti pace, ti mette angoscia — allora sarebbe bene rivolgersi a un professionista, uno psicologo, per ragionare insieme su dove nasce quel senso di vuoto. Non è un fallimento. È il primo passo per trasformare la solitudine da nemica ad alleata.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui: imparare a stare bene con l’unica persona da cui non potrai mai andartene.
Te stesso.
Auguro a tutti una buona vita
Lisa Galli
👇 Guarda il video completo qui sotto per approfondire questo tema.
No responses yet