Quando una malattia entra in casa, il primo istinto è spesso proteggere i figli tenendoli fuori. Non dirglielo. Aspettare. Non farli preoccupare.

E invece è proprio lì l’errore.

Perché i figli, quando non hanno informazioni, non smettono di pensare. Riempiono i vuoti con la fantasia. E la fantasia di un bambino, quasi sempre, è peggiore della realtà.

Prima di parlare, datevi tempo

Il punto di partenza, allora, è uno solo: non tenere segreti.

Ma “non tenere segreti” non significa dirlo subito, di getto, con l’affanno addosso. Significa prima concedersi una cosa: il tempo di metabolizzare quello che è accaduto alla propria salute. Con se stessi. E con il partner, con le persone con cui si condivide la vita e la famiglia.

Solo dopo esservi confrontati, scegliete un momento tranquillo della giornata, un luogo tranquillo della casa. E lì, insieme — entrambi i genitori — comunicate ai figli la situazione.

Seguire le domande, non anticiparle

Quando date questa comunicazione, ricordate una cosa. Il vostro compito è informare che una malattia è entrata in casa. E poi attendere le domande.

Perché l’istinto, di solito, è l’opposto. Si cerca di rassicurare il più possibile, di riempire ogni silenzio, di precedere le domande prima ancora che arrivino. Ma seguire i figli nelle loro domande significa seguire il loro pensiero — mentre, piano piano, danno una forma all’idea della malattia.

Siate pronti a qualsiasi domanda. Anche alla più difficile.

“Ma tu muori?”

Può arrivare, questa domanda. E può toccare nel profondo — chi la riceve, e soprattutto la persona direttamente coinvolta.

Ma non spaventatevi. Perché quella domanda, per quanto pesi, nasce in modo spontaneo. E dentro dice un’altra cosa. Quando un figlio ti chiede “ma tu muori?”, ti sta dicendo: ho paura che tu muoia. Rassicurami.

Potrete rispondere a seconda della vostra condizione, ma partendo da un punto fermo: non ho nessuna intenzione di morire. Farò di tutto perché ciò non accada.

Quel “farò di tutto” è rassicurante. Non state promettendo l’impossibile — ogni storia è a sé, e non sempre si possono impedire epiloghi drammatici. State trasmettendo un’intenzione: quella di salvaguardare la propria vita.

E c’è un modo, persino, di vivere quella domanda in maniera costruttiva. Perché è quasi un complimento. Vostro figlio vi sta dicendo: ti vedo come un punto di riferimento così solido che posso permettermi di farti la domanda più pesante che esista — quella sulla tua vita.

Attenti a chi “fa il genitore dei genitori”

C’è una cosa a cui stare attenti, nel tempo.

I figli, davanti alla malattia, tendono a voler fare i genitori dei propri genitori. Quando vedono mamma o papà in difficoltà a dare certe risposte, si tengono le domande dentro. Diventano loro rassicuranti — proprio mentre, dentro, sono i primi a sentirsi insicuri.

Ecco perché il messaggio da trasmettere è: qualsiasi domanda tu abbia, vieni da noi. Da chi la malattia ce l’ha addosso, e da chi sostiene la famiglia. Non restare con domande inespresse.

Perché più domande fanno — nel corso del tempo, non nell’immediato — meno spazi vuoti resteranno da riempire con la fantasia.

Non li indebolisce. Li fortifica.

C’è una paura, in tutto questo: quella di indebolire i figli raccontando loro una diagnosi.

Ma sappiate che è vero il contrario. Comunicare una malattia non indebolisce un figlio. Lo fortifica. Lo allena a gestire anche le parti più complesse della vita — quelle dove si va più in salita che in pianura.

Perché quando dite a un figlio la verità sulla vostra salute, gli state dicendo anche molto di più: noi possiamo parlare di tutto. Quindi anche tu, qualsiasi cosa ti capiti nella vita, me la potrai raccontare.

È un messaggio che va oltre la malattia. Attraversa tutto — le amicizie, i sentimenti, la crescita. È una porta che resta aperta.

Ed è per questo che questa parte conta così tanto. Perché è la base su cui si appoggia tutta la storia di cura: quella che una persona fronteggerà nel corpo, ma che l’intera famiglia porterà avanti insieme — ognuno secondo il proprio ruolo, secondo la propria capacità.

E se ti trovi in questo momento, con questa notizia da dare e le parole che non arrivano, ricordati la cosa più importante di tutte.

Tu vali.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

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