“Se lei fosse al mio posto?”
Ti è mai capitato, mentre ascolti il racconto di un cliente, di una persona in cura, di sentire un’eco della tua vita nelle sue parole? Di pensare, quasi senza volerlo: “Se capitasse a me, io farei così”?
Se lavori in una professione di relazione, quel fenomeno ha un nome preciso: risonanza emotiva.
È inevitabile — mettilo in conto. Ma se non la riconosci, può diventare il più insidioso degli errori professionali.
Un meccanismo inevitabile
Quando svolgiamo una professione che ci mette in relazione con le scelte di vita degli altri, succede sempre la stessa cosa. La persona ci racconta la sua storia, e dentro di noi — che lo vogliamo o no — scattano delle associazioni con la nostra.
Una parola, un dettaglio, un evento simile a qualcosa che abbiamo vissuto. E partono le memorie, i ricordi, i ragionamenti personali. Non è un difetto: è come siamo fatti. Il punto non è impedire che accada. Il punto è saperlo distinguere.
Perché la storia che l’altro ci porta deve toccarci in maniera professionale. E lì, in quel momento, il rischio ha un nome: l’immedesimazione.
Quando smetti di ascoltare l’altro
Se mi immedesimo troppo nella storia di chi ho davanti, succede una cosa precisa: comincio a parlargli come se stessi parlando a me stesso.
Magari quella persona ha un’età che ricade in quella di un figlio. O di un fratello, di una sorella. E allora, senza accorgermene, scivolo. La relazione professionale diventa personale, e io rischio di parlare all’altro come se fosse mio figlio, mio fratello, mio marito, mia moglie.
È in quel momento che smetto di ascoltare lui — e comincio ad ascoltare me.
La trappola del “cosa farebbe al mio posto?”
Ed è naturale, del tutto legittimo, che sia la persona stessa a tenderci la mano su questo piano. La domanda classica: “Ma lei, al mio posto, cosa farebbe? Se fosse mia madre, mio padre — se io fossi sua figlia — lei cosa mi consiglierebbe?”
Chi ci sta davanti è autorizzatissimo a farla, questa domanda. Ma è nella risposta che si misura la caratura di un professionista.
Perché rispondere “se fosse mio figlio, io farei così” non è solo inutile. È anti-professionale. Quello che facciamo noi nella nostra vita privata non interessa a nessuno — e non deve interessare. Nel momento in cui porto me stesso come esempio, ho smesso di fare il mio lavoro.
La professionalità passa attraverso un confine netto, che siamo noi a dover definire. E suona più o meno così: “Dato che io non sono suo padre, né sua madre, né suo fratello, io le do una risposta tecnicamente adeguata a quella che penso sia la sua situazione. Perché altrimenti le parlerei di me. E io, invece, sono qui per parlare con lei, di lei, e soltanto di lei.”
Non un deus ex machina
Ecco cosa significa, davvero, gestire la risonanza emotiva.
Non si tratta di diventare freddi, distaccati, di spegnere la partecipazione umana. Si tratta di non trasformarsi in un deus ex machina — qualcuno che cala dall’alto le soluzioni, basandole sulla propria esperienza privata invece che sulla realtà di chi ha davanti.
Io non sono te. E proprio per questo posso aiutarti: perché resto al mio posto, e lascio che tu resti al tuo. È lì, in quella distanza giusta, che una relazione rimane quello che deve essere — professionale, lucida, davvero al servizio dell’altro.
Buona professione a tutti.
E buona vita.
Lisa Galli
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