Immagina di crescere senza le parole per dire quello che provi. Di sentire dentro di te qualcosa di enorme — un cambiamento, una paura, un desiderio — e di non avere nessun nome da dargli.

È quello che rischiamo di lasciare a una generazione di ragazzi.

Perché ci sono corsi che non servivano a “indirizzare” nessuno. Servivano a dare una cosa sola, preziosissima: le parole per capirsi.

Cosa cambia

Un emendamento di cui si discute molto in questi giorni vieta i corsi sessuo-affettivi alle scuole medie. Alle elementari erano già stati eliminati. Da qui in avanti se ne potrà parlare solo alle superiori, e soltanto dietro autorizzazione dei genitori.

Voglio essere chiara su un punto, perché è importante. Che i genitori siano informati di questi corsi lo trovo assolutamente essenziale — così a casa, in famiglia, i ragazzi possono confrontarsi sui temi trattati a scuola. Su questo sono d’accordo. Quello che invece trovo limitante è rendere obbligatoria l’autorizzazione. E soprattutto: togliere del tutto questi corsi proprio nell’età in cui servirebbero di più.

Perché il punto è questo. Quale sarà il rischio psicologico del non farli?

Il vocabolario emotivo

Alcuni Ordini regionali degli Psicologi si sono già espressi, evidenziando diverse criticità. E il motivo per cui questi corsi si facevano proprio alle elementari e alle medie non era casuale: era dettato dai grandi cambiamenti — fisici, emotivi, relazionali — che una persona incontra in quella fase della vita.

Non farli significherà una minore conoscenza di sé. Perché quei corsi non erano pensati per indirizzare psicologicamente nessuno verso nulla. Erano semplicemente uno strumento per prendere consapevolezza degli enormi cambiamenti che accadono in quegli anni. E funzionavano da prevenzione — contro il bullismo, contro la violenza di genere.

Servivano a sviluppare competenze emotive e relazionali. E io lo vedo ogni giorno, nei miei colloqui: sono spesso gli adulti a essere in difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni. Si trovano nella confusione relazionale proprio perché hanno una minore consapevolezza di sé.

Lavorare in prevenzione, in questa direzione, significa dare ai ragazzi quello che io chiamo il vocabolario emotivo: la capacità di riconoscere un evento, l’emozione legata a quell’evento, e di muoversi di conseguenza. Senza quelle parole, si prova senza capire. Si agisce senza sapere perché.

Una questione di equità

E c’è un altro aspetto, che mi sta particolarmente a cuore.

In quei corsi c’era una tutela dei minori e un’equità sociale. Perché parlarne a scuola — un ambiente frequentato da tutti — arrivava anche a quei ragazzi che vivono in situazioni familiari o sociali dove, di questi temi, non si parla affatto. Dove nessuno dà loro gli strumenti per conoscere e comprendere il proprio sviluppo.

La scuola, in quei casi, era l’unico luogo. Togliere il corso significa lasciare indietro proprio chi ha meno.

Dove la scuola tace, i ragazzi cercano

E qui arriviamo al rischio più grande: un vuoto educativo.

Perché c’è una cosa che nessuna legge può cambiare: quando un ragazzo non trova risposte, non smette di cercarle. Le cerca altrove. Da solo.

In quei corsi i ragazzi venivano educati anche a un uso consapevole del web. E sappiamo tutti benissimo cosa può trovare, un ragazzo, quando va a cercare da solo in rete: una quantità enorme di informazioni distorte, disfunzionali, prive di qualunque guida rispetto a uno sviluppo sano.

Ecco il paradosso. Proprio mentre, a livello di governo, scegliamo di non dare informazioni corrette in aula fino alla prima superiore — il web resta lì, aperto, senza filtri e senza nessun adulto accanto. È questo il modello che vogliamo? Un autodidattismo senza guida?

Bella scelta.

E tu?

Non ho la pretesa di avere la risposta definitiva. Ho delle preoccupazioni, da psicologa e da criminologa, e ho voluto condividerle.

Ma il Pensiero, qui, si allarga solo se lo mettiamo in comune. E allora la domanda la giro a te.

Cosa ne pensi di questa restrizione? L’autorizzazione dei genitori la vivi come una tutela — o come un limite? E soprattutto: quel vuoto, se lo lasciamo noi adulti, chi pensi che andrà a riempirlo?

Scrivimelo. Perché è ragionando insieme che quel silenzio, almeno qui, smette di fare rumore.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

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Psicomondo

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