Come e quando nasce un genitore

Ti sei mai chiesto che tipo di genitore sei? E soprattutto: perché sei proprio quel tipo di genitore?

La genitorialità è un mestiere. Un mestiere complesso, delicato — un lavoro che una persona fa su se stessa ventiquattr’ore su ventiquattro, da quando diventa genitore fino alla fine del suo tempo.

E come ogni mestiere, ha un giorno preciso in cui comincia.

Un lavoro fatto di relazioni

Perché è un mestiere che si gioca tutto sulle relazioni. Tante, tutte insieme.

La relazione della persona con se stessa. Con chi condivide la genitorialità dei figli. Con i figli stessi. E poi con il sociale: come quel genitore percepisce il mondo intorno, come vuole farsi percepire, dentro quali modelli educativi sceglie di far entrare il proprio figlio — a partire da quello educativo per eccellenza, il percorso scolastico.

Un mestiere che richiede una buona dose di pazienza. E di umiltà. E tanto altro ancora.

Tutto parte da come sei stato figlio

Ma la complessità comincia prima. Comincia da un’idea che ci portiamo dentro: quella che abbiamo di noi stessi come figli.

Perché quello che abbiamo vissuto da figli è importantissimo. Come sono stati i nostri genitori — se secondo un modello restrittivo, o molto emancipato, o basato sulla cultura, o sulla libertà. Noi veniamo da famiglie, e ogni famiglia ha il suo modello educativo. E ciascuno di noi, a seconda della famiglia da cui arriva, ha dato una sua interpretazione all’idea stessa di essere genitore.

È da lì che si parte. Sempre.

E se un genitore è orfano? Il suo punto di partenza sarà l’adulto che l’ha educato, accudito — quella figura che ha sostituito il legame di sangue. Ma un punto di partenza c’è comunque, per tutti.

Il genitore nasce col primo figlio

E poi accade una cosa. Il genitore, come spesso si dice, nasce esattamente lo stesso giorno in cui nasce il suo primo figlio.

Prima non esiste. Viene al mondo in quello stesso istante.

È anche per questo che tanti primogeniti raccontano di aver avuto più visibilità, dai genitori, rispetto ai fratelli arrivati dopo. Perché il primo figlio è la situazione in cui si impara a gestire la propria genitorialità. È il campo di allenamento. E come in tutte le professioni, da lì si può migliorare — ma, va detto, si può anche peggiorare.

L’importante è saperlo: c’è un percorso, e comincia lì.

Due modelli che ne costruiscono un terzo

Poi c’è l’altro genitore. E con lui, un lavoro tutto da fare.

Due persone si incontrano. Vengono da storie diverse, a volte da culture completamente diverse. Decidono di unirsi, di costruire una famiglia. E allora devono formare qualcosa che prima non c’era:

modello familiare + modello familiare = terzo modello familiare.

Un modello che va costruito giorno per giorno. E su cui, molto spesso, nascono dissapori — perché magari non si è d’accordo su come educare i figli. Lì serve una mediazione: ci sarà la volta in cui uno negozia più dell’altro, cede su alcuni punti. Ci si ascolta, e poi si decide. Insieme.

Ed è proprio per questo che è importante non mostrare mai il disaccordo davanti ai figli. Perché se i figli vedono i due genitori discordi, è su quel disaccordo che vanno a insistere — mi passate il termine — creando una disalleanza tra i genitori. E a quel punto hanno gioco facile nel prendere le distanze dal modello che si voleva trasmettere.

La ferita narcisistica del genitore

C’è poi la dimensione sociale. Il voler apparire genitori modello. E il sentirsi colti in castagna quando qualcuno ci dice che il modello che stiamo applicando non va bene.

Ecco un punto delicato. Perché se non va bene quel modello, come genitore puoi sentirti smarrito. Puoi pensare di essere stato criticato come persona, non come genitore. Viverla come una ferita narcisistica. E allora la reazione diventa difensiva: critichi a tua volta il modello che ti viene proposto, e non ti metti in discussione.

È umano. Ma è anche il momento in cui il mestiere si ferma.

La bellezza dell’errore

E qui arrivo alla cosa più bella di questo mestiere.

La possibilità dell’errore deve esistere, nella professione del genitore. Deve esistere — perché è semplicemente impossibile non sbagliare.

L’errore, però, va contenuto: non deve creare un danno a sé e agli altri. Può essere una svista, un aver sottovalutato una situazione. Qualcosa che, dentro quell’inciampo, permette un confronto tra genitore e figlio. Uno spazio in cui ragionare, in cui parlarsi.

Perché un genitore perfetto sarebbe irraggiungibile. È l’errore a renderlo umano — e a rendere possibile la relazione.

E se i figli sono ormai adulti?

Voglio rispondere a un commento. Sotto un video in cui dicevo che si possono fare terapie familiari anche con figli adulti, dove ci sono incomprensioni che creano distanze dolorose, qualcuno ha scritto: “Un figlio adulto non lo porti più da un terapeuta.”

Non sono del tutto d’accordo. Mi sembra un assolutismo che non corrisponde alla mia esperienza.

Molte volte i dissapori dentro le famiglie sono davvero pesanti. E affidarsi a un professionista — una persona esterna alla famiglia — riesce a smuovere punti di vista. Attenzione: non significa andare tutti a braccetto e diventare improvvisamente felici. Significa che, dentro un percorso di terapia familiare, si chiariscono i ruoli, le posizioni, cosa non va di una persona rispetto all’altra. Per poi decidere come frequentarsi, se frequentarsi, a che livello restare famiglia.

Un po’ come la terapia di coppia — che non serve a far restare insieme le due persone per forza, ma a trovare punti di contatto per capire cosa vogliono fare della loro relazione.

Una relazione sempre in crescita

Perché la relazione tra genitori e figli è complessa proprio per questo: è sempre in evoluzione. Un genitore ha un figlio appena nato, che cresce, che diventa una persona, un adulto. E dentro quella relazione entreranno via via altre persone — e la complessità si amplierà, a seconda di chi genitori e figli incontreranno lungo la loro strada.

E allora, se ti va, prova a fare una cosa. Scrivi la tua storia: come hai vissuto tu, da figlio, i tuoi genitori.

È un ottimo punto di partenza. Perché per capire che genitore sei, la domanda giusta non è “che genitore voglio essere”.

È: che figlio sono stato?

Buona genitorialità, e buon essere figli a tutti.

Lisa Galli

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