Le parole pesano: quando le battute sulla violenza diventano cultura
Un’analisi psicologica tra meccanismi di difesa e cultura della violenza

“Ma dai, era solo una battuta.”

Quante volte l’abbiamo sentito, dopo una frase fuori posto sulla violenza, sulle donne, sulla morte? È la formula che rende tutto accettabile. Che chiude la questione prima ancora di aprirla.

E oggi voglio spiegarti, dal punto di vista psicologico, perché quel “solo” è la parola più pericolosa dell’intera frase.

Il fatto

Parto da un episodio televisivo che, di recente, ha fatto molto discutere. Durante una trasmissione, mentre si stava parlando di un femminicidio, un magistrato ospite ha fatto una battuta agghiacciante: ha alluso, con leggerezza, all’idea di uccidere la propria moglie.

Il conduttore ha reagito subito. Con fermezza ha bloccato il discorso, ha detto chiaramente che era una battuta brutta, fuori luogo, e che si stava parlando di un femminicidio. L’ospite ha provato a difendersi parlando di “goliardia nera”, di bisogno di sdrammatizzare. Ma il conduttore non ha lasciato correre.

Non mi interessa processare la persona, per quello ci penserà lei. Mi interessa capire il meccanismo. Perché una persona arriva a dire una cosa del genere, in quel contesto? E cosa ci racconta, questo episodio, sulla nostra cultura?

Primo meccanismo: la difesa dall’angoscia

Quando siamo esposti a contenuti emotivamente disturbanti — la violenza, la morte, la sofferenza — il nostro sistema nervoso reagisce con disagio. E quello che spesso viene liquidato come “sdrammatizzare” è, tecnicamente, un meccanismo di difesa psicologico.

L’umorismo nero diventa un modo per creare distanza da qualcosa che non riusciamo a reggere. Nel privato, tra sé e sé, può avere un senso. Ma quando lo stesso meccanismo viene esportato in uno spazio pubblico, il significato cambia completamente. E diventa dannoso.

Secondo meccanismo: la desensibilizzazione professionale

C’è poi un secondo elemento. Chi gestisce quotidianamente casi di violenza — nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella medicina legale — può sviluppare una forma di desensibilizzazione.

Il distacco emotivo diventa una strategia di sopravvivenza psicologica: serve a reggere l’esposizione continua al trauma degli altri. In quegli ambienti, spesso, l’umorismo nero funziona persino da legame sociale, da modo per gestire insieme ciò che è insostenibile. Ha un senso, dentro quel gruppo chiuso.

Ma quella stessa dinamica diventa tossica quando esce dal gruppo ed entra in uno spazio pubblico. Perché lì porta a sottovalutare gravemente la portata delle proprie parole, e il dolore di chi ascolta.

Terzo meccanismo: l’empatia che fallisce

Ed è proprio questo il terzo punto. In quel momento è mancata del tutto la capacità di immaginare come quelle parole potessero essere percepite dagli altri.

Il pubblico includeva, con ogni probabilità, persone toccate dalla violenza di genere. Familiari di vittime. Una società che sta ancora faticosamente cercando di costruire una cultura capace di prendere sul serio il femminicidio, di non minimizzarlo. Non tenerne conto significa non vedere l’altro.

Il limite della “goliardia nera”

La difesa della “goliardia nera” merita un’analisi, perché il dark humor è un fenomeno psicologico complesso. Apprezzarlo può richiedere persino una certa intelligenza verbale e una bassa aggressività. Ma funziona solo a certe condizioni: quando c’è un consenso implicito tra chi lo dice e chi ascolta, e quando non ci sono vittime reali presenti.

Lì non eravamo a un cabaret. Si stava parlando di un femminicidio. E in quel contesto, scherzare sull’uccidere una donna non è dark humor: è normalizzare ciò che di normale non ha nulla.

Perché battute come quella contribuiscono a costruire quella che gli esperti chiamano cultura della violenza di genere: l’insieme di atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano e, di fatto, legittimano la violenza contro le donne. Detta in pubblico, mentre si discute di femminicidio, quella frase sembra dire: “è normale, ci si può scherzare”. E non lo è.

La risposta giusta: il confronto assertivo

E qui arriva la parte che, come psicologa, voglio sottolineare di più: la reazione del conduttore.

Ha fatto una cosa che psicologicamente è esemplare. Ha interrotto subito il meccanismo. Non ha sorriso, non ha minimizzato, non ha lasciato passare. Si è fermato, ha nominato il problema, e ha rifiutato ogni giustificazione.

È quello che in psicologia chiamiamo confronto assertivo. Non è aggressività: è fermezza e chiarezza insieme. Quando l’ospite ha provato a giustificarsi con la goliardia, la risposta è stata ricontestualizzare: qui non c’è spazio per certe battute, stiamo parlando di un femminicidio.

Così ha stabilito un confine netto. E ha offerto al pubblico un modello: si può rispondere a un commento inappropriato sulla violenza senza violenza verbale, ma con due soli ingredienti — fermezza e chiarezza.

Le parole plasmano il pensiero

C’è una ragione profonda per cui tutto questo conta. La psicolinguistica ci insegna che le parole non descrivono soltanto la realtà: la plasmano. Formano il pensiero delle persone, e quindi le loro azioni.

Continuare a scherzare sulla violenza contro le donne la normalizza, a livello cognitivo e sociale. Se ridiamo sull’uccidere una moglie, rendiamo un po’ più “dicibile”, un po’ più ordinaria, l’azione violenta stessa.

E qui pesa il ruolo. Una figura istituzionale non è una persona qualunque: le sue parole hanno un peso maggiore. Quando chi rappresenta l’autorità minimizza la violenza di genere, rischia di legittimare comportamenti simili in chi ascolta.

Cosa deve cambiare

Quell’episodio, in fondo, è lo specchio di una tensione che attraversa la nostra società. Da una parte una vecchia cultura, in cui “era solo una battuta” bastava a chiudere ogni discorso. Dall’altra una consapevolezza nuova, che sull’impatto del linguaggio non è più disposta a sorvolare.

E allora la domanda giusta non è “perché quella persona ha fatto quella battuta”. A quello penserà lei.

La domanda che riguarda noi è un’altra: come possiamo, come società, costruire una cultura in cui quelle battute non vengano più nemmeno in mente?

Il cambiamento passa anche da momenti piccoli come questo. Da ogni volta che qualcuno dice “no, questo non va bene”, e si prende il tempo di spiegare perché.

Perché è così che il pensiero resta al caldo, e si trasforma. Pensando oggi un po’ meglio di ieri. E domani, ancora meglio.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

Questo articolo tocca un tema delicato come il femminicidio e la violenza di genere: l’analisi dei meccanismi psicologici non vuole in alcun modo giustificare comportamenti inappropriati, ma comprenderli per riconoscerli e contrastarli.

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Psicomondo

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