Ti è mai capitato di sentirti orgoglioso perché qualcuno ti ha detto: “Certo che sei proprio fortunato”? La fortuna è un concetto allettante. Ci fa sentire speciali, diversi, quasi scelti dal destino. Ma c’è un rovescio della medaglia pericoloso: ogni volta che usiamo la parola “fortuna”, stiamo svalorizzando noi stessi.

Non chiamarla fortuna
Scopri perché sei molto più capace di quanto credi

Tu che stai leggendo — ci tieni a essere considerato fortunato?

Certo che sì. Il concetto della fortuna è molto allettante: fa sentire orgogliosi, un po’ diversi dagli altri. Sentirsi fortunati fa sentire speciali.

Ma è proprio lì, dentro quella parola che ci lusinga, che ci togliamo qualcosa di nostro.

Guido Speranza

Guido Speranza è stato il mio paziente zero. Il primo a mostrarmi la differenza tra l’idea che uno ha di sé e la possibilità di trasformarla.

Era venuto da me su invito dei medici. Aveva una malattia. E la prima volta che ci siamo incontrati mi disse: “I medici mi hanno detto di venire da lei. Io però non ho mai pensato di aver bisogno di uno psicologo.” Poi aggiunse una cosa che mi è rimasta addosso: “Del resto, non avevo neanche mai pensato di potermi ammalare. Eppure sono qua.”

E infine la frase da cui è cominciato tutto: “Dottoressa, credevo di essere fortunato nella vita. Invece ho scoperto di essere sfortunato.”

Da dove nasce un pensiero

La fortuna è una parola interessante. Ne sentiamo parlare di continuo e, senza rendercene conto, la lasciamo entrare nella nostra vita — dove ci svalorizza.

Ma quando ha cominciato, Guido, a pensarsi fortunato o sfortunato?

Quando dentro di te c’è un’idea che racconta qualcosa di te stesso, e ne vuoi scoprire l’origine, torna indietro nella memoria. Cerca il ricordo più antico che hai dell’inizio di quel pensiero. Non è detto che sia il primo in assoluto — ma è senz’altro quello da cui partire.

E così Guido tornò indietro. A un giorno in cui era tornato da scuola con un bellissimo voto in matematica. Lo aveva detto alla madre con esultanza, e la madre, a cena, davanti a tutti: “Oggi Guido è stato bravissimo, ha preso un bel voto in matematica.”

Il fratello scoppiò a ridere: “Ah, sei stato fortunato, Guido!”

Nessuno commentò. Nemmeno i genitori. Nemmeno lui, che sul momento non ci diede peso. Ma da quella sera, quella frase cominciò a notarla ogni volta che gliela dicevano. “Come sei fortunato, Guido, che hai trovato la donna della tua vita.” “Come sei fortunato che hai il lavoro che ti piace.” “Come sei fortunato che hai potuto studiare le materie che preferivi.”

Allora gli chiesi una cosa semplice. Uno studente che va bene a scuola — lasciamo perdere chi copia, che è un altro discorso — può essere fortunato? O non è che, per caso, quello studente va bene a scuola perché studia?

Perché a scuola non esistono la domanda facile e la domanda difficile. Esiste la domanda di cui conosci la risposta, e quella di cui non la conosci.

Il patto

E allora proposi a Guido un esercizio. Facemmo un patto.

Non poteva più usare la parola “fortuna”. Doveva usare la parola “capace”. Ogni volta che, parlando con me, gli scappava un “sono stato fortunato perché quel giorno sono arrivato in tempo”, “sono stato fortunato perché mi sono laureato” — doveva fermarsi e correggersi.

Sembra un esercizio banale. Provaci anche tu. Smetti di usare la parola fortuna e comincia a usare la parola capace. E chiedi anche alle persone vicine a te di ripetere le frasi che ti dicono, sostituendo l’una con l’altra. Ho avuto la capacità di. Sono stato capace di.

Il mancato incidente

Per dimostrargli la mia teoria presi in prestito un termine dalla sicurezza sul lavoro: il near miss. Il mancato incidente.

I near miss sono quegli eventi che sarebbero potuti diventare tragedie e non lo sono diventati. L’operaio che sull’impalcatura si lascia sfuggire un martello. Un altro operaio, senza volere, lo colpisce con un calcio. Il martello precipita — e non colpisce l’operaio che sta sotto.

Tutti lo chiamerebbero un colpo di fortuna.

Eppure nella sicurezza sul lavoro i mancati incidenti si studiano. Si va a verificare quale comportamento, dentro quella sequenza di eventi, ha impedito la tragedia. Non si considera il colpo di fortuna: si considera la catena di comportamenti che ha prodotto quel risultato. È così che si fa prevenzione.

La sicurezza sul lavoro non lascia nulla al caso. Perché il caso non esiste.

La storia del Bob

Chiesi a Guido di ripensare a un evento in cui si era ritenuto fortunato.

Si ricordò di quella volta in montagna, con la famiglia. Di notte era caduta una grande nevicata, e la mattina i bambini — lui, i fratelli, gli amici — erano corsi in un campo vicino casa con il bob. Su e giù per una discesa molto ripida.

Finché non salì lui, insieme a sua sorella. “E per un colpo di fortuna, dottoressa — avendo perso il controllo del bob — passammo sotto un filo spinato senza farci niente.”

Lo ascoltai. Poi gli chiesi di raccontarmi di nuovo la storia, ma rispondendo ad alcune domande.

Perché salì sul bob con sua sorella?
“Ah, dottoressa, perché mia sorella era molto brava. La più brava di tutti. Sapeva portare il bob a una velocità pazzesca. Io mi sentivo sicuro con lei.”

Però sua sorella sbagliò strada, quel giorno.
“Certo, certo. Però sa, mia sorella aveva i nervi saldi.”

E quindi cosa accadde?
“Pensi, dottoressa: noi due passiamo sotto al filo spinato perché lei all’improvviso mi prese, mi abbracciò, mi tirò a sé. E così passammo sotto quel filo che ancora oggi vedo sopra di me, sfiorarmi vicino al volto. Passammo lì sotto senza farci nulla.”

Guido, scusi. Lei mi sta dicendo che era salito sul bob perché si fidava di sua sorella. Che sua sorella teneva i nervi saldi. Che sua sorella l’abbracciò e la tirò a sé — un’azione di protezione. E che lei si lasciò andare, non fece opposizione, non si fece prendere dal panico, si lasciò trasportare da quell’abbraccio che vi salvò entrambi da qualcosa di veramente brutto.

Guido mi guardò. E disse: “In effetti, dottoressa. Non l’avevo mai vista così, questa faccenda.”

Bravo, Guido. Cominci a pensare che quel giorno voi due vi siete salvati perché sua sorella fu capace di mettere in atto una serie di comportamenti. E perché lei, Guido, fu capace di fidarsi di sua sorella.

Non esiste la fortuna. Esiste la capacità che hanno le persone di fronteggiare eventi di vita che, molte volte, escono dal loro controllo.

Quante volte?

Certo, Guido poteva non essere su quel bob, quel giorno, in quel modo pericoloso. Eppure quante volte ci troviamo in situazioni di rischio senza nemmeno accorgercene? E quante volte abbiamo squalificato, svalorizzato le nostre scelte, chiamandole un semplice colpo di fortuna?

Forse quella volta che sei stato tu a prendere in mano la situazione, a guidare, dicendo agli amici che loro non erano in grado perché avevano bevuto e tu no. O quella volta che hai avuto i riflessi pronti. O quella volta che non ti sei addormentato al volante, ma ti sei fermato a riposare in autogrill.

Quante altre volte? Lo sai tu, della tua vita. Quante volte hai detto “sono stato fortunato”, e invece eri stato capace?

Quando il professore ti ha interrogato e ha fatto tutte le domande che sapevi — perché avevi studiato. Oppure quando ti ha fatto le domande che non sapevi, e sei andato a ripescare nella memoria quelle informazioni che ti hanno permesso di fare del tuo meglio.

E cosa accadrebbe se avessimo accanto genitori, insegnanti, amici che cominciassero a correggerci? “Guarda che tu non sei fortunato. Tu sei capace.”

Cosa accadrebbe se, quando un amico ci racconta qualcosa di sé, invece di dire “come sei stato fortunato” cominciassimo a dire “sei stato capace”?

Adesso te lo presento

Guido Speranza ha imparato a parlare bene di sé. E ancora oggi lo fa. Non dice più “sono stato fortunato” — dice “sono capace”. E lo chiede anche a chi gli sta vicino.

Smettiamo di dire frasi che svalorizzano noi e gli altri. Ci sono eventi che possiamo controllare, e altri che escono dal nostro controllo. Ma sono proprio quelli che possiamo governare — cominciando a parlare bene di noi stessi.

Immagino che, arrivato in fondo a questo racconto, tu sia curioso di vedere Guido Speranza.

E allora te lo presento.

Guardati allo specchio.

Guido Speranza sei tu. Perché in ognuno di noi c’è un Guido Speranza che può venire fuori, e aiutarci a vivere meglio.

Perché tu sei il tuo paziente zero.

La tua vita comincia da te. Non c’è nulla prima di te — ma tutto si trasforma dopo di te. Da quando inizierai a parlare bene di te. E degli altri.

Buona vita.

Lisa Galli

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