Oltre la trappola del “per sempre”
“Dottoressa, cosa devo fare perché la persona con cui sto rimanga con me per sempre? Esiste una regola?”
È una delle domande che ricevo più spesso — carica di speranza, ma anche di un’ansia sottile. E la mia risposta, lo so, all’inizio spaventa.
Perché il “per sempre”, quel per sempre che tutti cerchiamo, è una trappola.
La trappola del “dato per scontato”
Pensare di stare con una persona “per sempre” ci porta a dare per scontata una cosa pericolosa: che l’altro, comunque vada, non ci lascerà mai.
E succede spesso, nell’evoluzione di una coppia, soprattutto quando due persone hanno deciso di sposarsi, di andare a vivere insieme, di suggellare la loro unione davanti al mondo. Come se quel gesto, da solo, bastasse a garantire l’eternità.
E invece è proprio il “per sempre” che andrebbe messo da parte. Perché per stare davvero insieme all’altro serve fare i conti con un pensiero che fa paura: potrei essere lasciato, o potrei lasciare, in qualsiasi momento.
Lo so, detto così spaventa. Ma seguimi.
Se io penso di dover — passami il termine — convincere l’altro a restare con me… e uso “convincere” nel senso di aiutare lui e aiutare me a costruire un legame che duri il più a lungo possibile… ecco, è lì, in quel “il più a lungo possibile”, che forse un per sempre può davvero esistere. Perché quel “più a lungo possibile” non dà l’altro per scontato. Chiede a entrambi un impegno, ogni giorno.
Una malattia non tiene insieme una coppia. Un problema con un figlio non la tiene insieme. Nemmeno una difficoltà economica. La coppia resta insieme in una cosa sola: la scelta reciproca, quotidiana, di stare con l’altro.
Il rito del ritorno
E allora, dove si costruisce questa scelta? Nei grandi gesti? No. Si costruisce nella quotidianità. In un posto tanto semplice che quasi nessuno lo nota.
Perché le coppie non scoppiano solo per i drammi. Scoppiano anche quando, piano piano, si smette di avere interesse per l’altro. L’interesse di sapere com’è andata la sua giornata.
Usciamo di casa la mattina e ci caliamo nelle nostre attività, nelle nostre professioni, in una routine che ci assorbe. E in quelle ore, tra l’uscita e il ritorno, viviamo mille esperienze, mille emozioni diverse. C’è una vita intera che facciamo senza l’altra parte della coppia.
Ecco perché ritrovarsi alla sera — a cena, a pranzo, in un qualsiasi momento — e raccontarsi, non è una banalità. È un rito di incontro. È il momento in cui porto all’altro quello che sono stato fuori dalla porta di casa.
E attenzione, perché raccontarsi è già un atto di cura. Nel momento in cui decido cosa proporre all’altro di ciò che mi è accaduto — un evento in cui ho fatto bella figura, ma anche uno in cui ho fatto una brutta figura, un torto subito — io sto dimostrando la mia fiducia. Mi sto affidando.
Le vulnerabilità che creano alleanza
E qui c’è il punto che mi sta più a cuore.
Mi dispiace quando le persone, con l’altra parte della coppia, vogliono dare un’immagine di sé sempre sicura, sempre in ordine. Perché così, senza cattiveria, senza rendersene conto, trasmettono una solidità che non è del tutto vera. Nell’arco di una vita ci sono momenti di défaillance, di difficoltà, per chiunque.
E l’altro ha bisogno di vederle, quelle vulnerabilità. Perché è proprio lì che nasce l’alleanza.
“Sai, stasera ci sono rimasta male, è successo questo e questo.” “Oggi in ufficio mi è capitata una cosa, e ho provato un’attenzione particolare verso un collega.” Raccontare anche questo — una simpatia, un’attrazione passeggera — è naturale, è umano. E permette un confronto, prima di tutto con se stessi.
Perché mostrare i propri limiti, raccontare le proprie fragilità, non ti espone a essere preso in giro o considerato di meno. Le persone con cui stiamo ci vogliono bene. E l’amore, il loro come il nostro, va dimostrato ogni giorno — sostenendo l’altro anche nella sua vulnerabilità.
I campanelli d’allarme
Ci sono dei segnali su cui vale la pena posare l’attenzione.
Quando si entra in casa e si sceglie di andare in stanze differenti — fisicamente, o anche solo con la testa. Quando si smette di parlarsi. Quando si nascondono le proprie debolezze per paura di non essere più stimati. Quelli sono i momenti in cui una coppia ha bisogno di più cura, non di meno.
A volte aspettiamo che sia l’altro a venirci incontro. Ma possiamo scegliere di essere noi a farlo.
Perché la cosa che dovrebbe dispiacerci non è scoprire che dentro la coppia ci sono delle difficoltà — quelle ci sono sempre. La cosa che dovrebbe dispiacerci è scoprire di non aver dato cura alla nostra coppia proprio nei momenti in cui un po’ di attenzione avrebbe cambiato tutto. Una narrazione diversa. Un modo diverso di restare insieme.
Allora no, non esiste una regola magica per non lasciarsi mai.
Esiste qualcosa di più piccolo, e di molto più difficile: sedersi a tavola, la sera, e scegliere di incontrarsi di nuovo.
Non il “per sempre”. Il “per oggi — e domani di nuovo”.
Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli
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