Perché comunicare è così difficile (e cosa c’entra la nostra storia)

“Hai capito fischi per fiaschi.”

Lo diciamo con un mezzo sorriso, quasi con leggerezza. Eppure sotto quel modo di dire si nasconde una delle esperienze più frustranti che esistano: parlare, sforzarsi di essere chiari, e sentirsi capiti al contrario. In studio me lo dicono spesso: “Faccio fatica con gli altri, tanto vengo sempre frainteso.”

E quasi sempre, il fraintendimento non nasce dove pensiamo.

Perché la comunicazione umana non è un binario dritto. È un groviglio — fatto di livelli che si vedono e di livelli che restano sotto la superficie, a lavorare in silenzio.

Oltre le parole

Ci hanno insegnato che comunicare bene vuol dire “trovare le parole giuste”.

E invece le parole sono solo la punta dell’iceberg. La parte che si vede, quella che possiamo scegliere. Sotto, nel buio, c’è tutto il resto — quella che chiamiamo metacomunicazione, il livello che non sempre riusciamo a governare.

Ne fanno parte il non verbale: l’espressione del volto, il tono della voce, la postura, il modo in cui le parole scivolano o si inceppano. Ne fa parte l’emotività: il colore che diamo alle parole mentre le pronunciamo — la stessa frase, detta con tenerezza o con fastidio, diventa due frasi diverse. E ne fa parte, soprattutto, la nostra storia personale. Il regista occulto di ogni scambio.

L’inciampo della nostra storia

Ed è qui che voglio fermarmi. Perché quando entriamo in relazione con qualcuno, non portiamo solo noi stessi, qui e ora. Portiamo tutto quello che siamo stati.

Spesso inciampiamo proprio lì: proiettiamo sull’altro frammenti del nostro passato, senza nemmeno accorgercene.

Ti racconto una storia, con il permesso della persona che l’ha vissuta. Un’amica faceva una fatica enorme a relazionarsi con una certa persona — pur volendole bene. Perché? Ci ha messo un po’ a capirlo. Quella persona aveva un modo di fare che ricordava troppo sua sorella, con cui i rapporti erano sempre stati pessimi. E così, senza volerlo, ogni conversazione presente inciampava in un conflitto passato. Non parlava con chi aveva davanti. Parlava con un fantasma.

Ecco il vero paradosso della comunicazione: io parlo con te — ma tu potresti ascoltare le mie parole attraverso il filtro di un tuo ricordo, di una tua ferita, che io non posso vedere né governare.

Un esercizio per te

E allora ti lascio con una cosa piccola da provare. Non un dovere — un esperimento.

La prossima volta che senti nascere un fraintendimento, o che qualcuno ti innervosisce più di quanto la situazione meriti, fermati. Fai un respiro. E chiediti: c’è un aggancio tra questa persona e qualcun altro della mia storia? Questo momento mi ricorda uno sgarbo, una ferita, un vecchio dolore?

Non serve trovare subito la risposta. Serve aprire lo spazio della domanda.

Perché molto spesso scopriamo una cosa spiazzante: non stiamo parlando con chi abbiamo di fronte. Stiamo parlando con un fantasma del nostro ieri.

E riconoscerlo è già il primo passo per tornare al presente.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

E tu? Ti capita spesso di sentirti frainteso o di “prendere fischi per fiaschi”? Ti aspetto nei commenti: la tua esperienza è il materiale prezioso che ci permette di continuare a forgiare consapevolezza insieme.

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