Perché a volte non ci si riconosce vittime

Bianca Balti, top model conosciuta in tutto il mondo, si è raccontata a Belve in modo diretto e schietto. Di quell’intervista raccolgo una parte precisa: quella in cui narra di uno stupro subito.

E lo faccio per un motivo. Perché la sua reazione — quella che lei stessa descrive — è la stessa che ritrovo spessissimo nelle persone che vengono in studio.

Il meccanismo di cui non si parla

La reazione è questa: il non rendersi conto di essere state vittime di una violenza.

Succede soprattutto in situazioni che chiamiamo, tra virgolette, “goliardiche” — un contesto di leggerezza, magari una festa, magari dopo aver bevuto. E la persona, invece di riconoscere quello che ha subito per quello che è — una violenza — tende a normalizzarlo. A pensarsi, in qualche modo, corresponsabile.

E qui voglio essere chiarissima, perché è un punto su cui non esistono sfumature. La responsabilità di una violenza è sempre, soltanto, di chi la commette. Mai di chi la subisce. Nessun contesto, nessun bicchiere di troppo, nessuna leggerezza sposta anche solo di un millimetro quella responsabilità dalle spalle di chi ha agito la violenza. Chi la subisce non ha colpe. Mai.

Quello che dico, quando parlo di prendersi cura di sé, riguarda un’altra cosa: l’autotutela. Il volersi bene abbastanza da non affidarsi mai completamente alle scelte di qualcun altro — nemmeno di persone che conosciamo bene, nemmeno in vacanza, nemmeno tra amici. È un gesto di protezione verso se stessi. Ma attenzione: è un “in più”, non una condizione. Chi non ha potuto proteggersi non ha sbagliato nulla. La colpa resta, intera, di chi ha fatto del male.

La negazione come difesa

E allora perché tante persone, dopo una violenza, non si riconoscono vittime?

Perché di fronte a un evento traumatico come uno stupro, la mente mette in atto un meccanismo di difesa. Quello che è successo è talmente aberrante che la persona, per proteggersi, arriva a pensare che non sia stata davvero una violenza. Non si percepisce vittima. E va avanti, nel tempo, portandosi dentro questa parte buia — che tende a coprire con gli eventi quotidiani, con la vita che continua.

Spesso c’è anche un altro pezzo. Quando chi ha agito la violenza è una persona conosciuta — un legame amicale, qualcuno di cui ci si fidava — riconoscerlo come autore di un abuso è ancora più difficile. E allora si preferisce pensare che non sia successo niente di grave. Che si è “nella norma”.

Ma quella negazione ha un prezzo. Nel tempo si ripercuote sullo stato d’animo, sull’idea che la persona ha di sé. E lascia dietro qualcosa che molti descrivono con la stessa parola: un vuoto interiore.

Il coraggio di dirlo

Per questo ringrazio Bianca Balti. Per essersi esposta in quel modo.

Perché il suo racconto lo ritengo utile, veritiero, importante — e da trasmettere. È un’esperienza che ha avuto una ricaduta pesante sulla sua vita. Ma lei è stata capace, poi, di parlarne. Di lavorare quel trauma. Fino a rendersi testimone di qualcosa che non è capitato solo a lei — e che, proprio perché detto ad alta voce, può aiutare qualcun altro a riconoscere la propria storia.

Perché a volte il primo passo per uscire dal vuoto è uno solo: chiamare le cose con il loro nome.

E dire, finalmente: non è stata colpa mia.

Buona vita a tutte e a tutti
Lisa Galli

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